La ferrovia canadese costruita anche con le mani degli italiani – Un viaggio tra binari, montagne e memorie
Ritrovare il segno lasciato dagli italiani che contribuirono a costruire il Canada che amo è stato, per me, anche un modo per guardare questi luoghi con occhi diversi.
Perché ci sono luoghi che, ancora prima di visitarli, riescono in qualche modo a entrare dentro di noi.
Non saprei spiegare esattamente come succeda, ma credo che il Canada, per me, sia stato da sempre proprio questo: un luogo che ho imparato ad amare già da piccolo attraverso immagini, racconti e paesaggi, fino a quando quelle immagini hanno cominciato ad avere un significato diverso e sono diventate qualcosa che sentivo appartenermi.
Il Canada, con le sue distanze immense, le montagne, i laghi, le foreste e quella luce così particolare che sembra allargare ancora di più gli spazi, ha sempre avuto per me qualcosa di difficile da raccontare a parole.
E poi c’è il treno.
Forse perché il treno è uno dei modi più belli per attraversare un Paese come questo.
Non sei semplicemente diretto da una parte all’altra, ma lasci che il paesaggio ti venga incontro lentamente, che cambi davanti ai tuoi occhi, che ti accompagni per ore.
Il rumore regolare delle rotaie diventa quasi una compagnia, le montagne compaiono e scompaiono, i laghi riflettono il cielo e le foreste sembrano non avere mai una fine.
E pensando al treno, mi sono accorto che la storia della ferrovia canadese racconta anche qualcosa di noi italiani.
Oggi possiamo immaginare un viaggio che parte da Toronto e attraversa l’Ontario, passa da Ottawa, Montréal e Québec City, per poi spingersi verso est fino ad Halifax e all’Atlantico.
Oppure possiamo guardare nella direzione opposta e pensare a quella grande strada di ferro che attraversa il Paese verso ovest, attraverso le praterie e poi verso le Montagne Rocciose canadesi.
Città, boschi, laghi, pianure, montagne. Un Paese intero che, attraverso la ferrovia, ha imparato a sentirsi più vicino.
E allora viene spontaneo chiedersi chi abbia reso possibile tutto questo.
Prima dei binari c’erano la foresta, la roccia, il fango, i fiumi e le montagne.
E c’erano uomini che hanno lavorato in mezzo a tutto questo, spesso in condizioni che noi oggi facciamo fatica persino a immaginare.
Tra loro c’erano anche molti italiani.
Questa cosa mi ha colpito profondamente.
Quando si parla degli italiani emigrati in Canada, il pensiero va quasi naturalmente alle comunità italiane, alle Little Italy, alle chiese, ai negozi, alle famiglie che nel tempo hanno ricreato un pezzo del Paese lasciato dall’altra parte dell’oceano.
Ma prima delle comunità, prima delle case e delle famiglie, c’era il lavoro.
C’erano uomini partiti dall’Italia con poco, spesso con l’idea che il loro viaggio sarebbe stato soltanto temporaneo.
Mi piace pensare a loro, anche se non so chi fossero.
Forse venivano da un piccolo paese del Sud, forse da una valle del Nord.
Avevano probabilmente una valigia e qualche fotografia, magari una lettera con un indirizzo scritto sopra, e dentro di essi la speranza di guadagnare abbastanza per poter tornare a casa con qualcosa in più di quando erano partiti.
Molti guardavano al Canada proprio così: un luogo dove andare a lavorare per qualche tempo, mettere da parte qualcosa e poi rientrare in Italia.
Ma il Canada non è un Paese che si lascia comprendere in fretta.
Posso immaginare quel viaggio dopo lo sbarco, quando il mare era ormai alle spalle e davanti c’era un territorio che doveva sembrare quasi impossibile da misurare.
Per molti il primo arrivo era Halifax, e da lì cominciava un’altra parte del viaggio.
Il treno li portava verso Montréal, Toronto, l’Ontario, le praterie e poi sempre più a ovest.
Più ci si allontanava, più il paesaggio doveva apparire diverso da tutto ciò che avevano conosciuto.
Mi chiedo cosa provasse la gente arrivata dall’Italia quando, per la prima volta, vedeva quelle distanze.
Forse cercava con gli occhi qualcosa di familiare, un campanile, una collina, un paese raccolto intorno a una strada.
E invece trovava spazi enormi, foreste, acqua, cielo.
Un paesaggio che sembrava non finire mai.
E poi arrivava il lavoro.
Oggi guardiamo le Montagne Rocciose e rimaniamo senza parole davanti alla loro bellezza.
Io penso alla luce sulle cime, ai colori dell’acqua, al verde delle foreste e a quella sensazione quasi fisica di essere davanti a qualcosa di immensamente più grande di noi.
Ma per gli uomini che lavoravano alla ferrovia quelle montagne non erano soltanto uno spettacolo della natura.
Erano fatica.
La roccia doveva essere scavata, il terreno preparato, i ponti costruiti, le gallerie aperte, le rotaie posate e poi mantenute.
La montagna non poteva essere semplicemente ammirata: bisognava trovare il modo di passarci attraverso.
Ed è qui che il mio modo di guardare quel paesaggio cambia.
Perché oggi posso immaginare di essere comodamente seduto su un treno, al caldo, con il finestrino davanti agli occhi, mentre il Canada scorre lentamente e io mi lascio conquistare dalla sua bellezza.
Posso fotografare un lago, una montagna, una vallata.
Posso semplicemente stare lì e godermi quella sensazione di pace che certi luoghi sanno regalare.
Ma qualcun altro, molti anni prima, ha lavorato perché quel viaggio fosse possibile.
E quegli italiani non hanno costruito soltanto binari.
Hanno costruito ponti, scavato canali, lavorato nelle miniere, nelle industrie, nelle città.
Hanno portato con sé un modo di lavorare, di fare famiglia, di stare insieme.
E quando hanno smesso di essere soltanto lavoratori di passaggio e hanno scelto di restare, hanno cominciato a costruire anche qualcosa di diverso: comunità.
È questo che vorrei ricordare quando penso alla presenza italiana in Canada.
Non soltanto la fatica, che pure non va dimenticata, ma anche tutto ciò che è venuto dopo.
Perché un Paese non cresce soltanto attraverso le sue grandi opere.
Cresce attraverso le persone che arrivano, si incontrano, aprono una bottega, costruiscono una casa, fanno nascere dei figli, insegnano loro la lingua dei nonni, cucinano il cibo della propria terra e, nello stesso tempo, imparano a sentirsi parte di quella nuova.
Così l’Italia è rimasta in Canada.
È rimasta nei quartieri, nelle piazze, nelle chiese, nelle associazioni, nelle feste di comunità.
È rimasta nelle tavole imbandite, nel profumo del pane e del caffè, nella voglia di stare insieme, nell’aiuto dato a chi arrivava dopo.
È rimasta in quel modo molto italiano di trasformare lentamente un luogo nuovo in una casa.
Ed è una cosa che mi emoziona.
Perché penso che sia questo, alla fine, il senso più bello dell’emigrazione: non portare via qualcosa da un Paese per lasciarlo in un altro, ma riuscire a portare con sé una parte di ciò che si è e regalarla, lentamente, al luogo nel quale si è scelto di vivere.
Naturalmente non fu una storia semplice.
Dietro il coraggio di partire c’erano anche solitudine, condizioni di lavoro difficili, sacrifici e, in alcuni casi, sfruttamento e discriminazione.
Non voglio trasformare tutto questo in una favola, perché significherebbe togliere valore proprio al coraggio di quelle persone.
Ma forse è ancora più bello pensare che, nonostante tutto, siano riuscite a costruire.
Una casa, una famiglia, un’attività, una comunità, una vita.
E mentre loro lavoravano, la ferrovia di questo immenso Paese avanzava.
Un tratto dopo l’altro, collegava luoghi lontanissimi e contribuiva a dare forma a quel Canada che oggi conosciamo.
Dentro questa grande storia, accanto ai nomi delle grandi imprese e delle persone ricordate nei libri, c’erano migliaia di uomini che lavoravano lontano dai riflettori.
Italiani, ma anche persone arrivate da tanti altri Paesi.
Eppure gli italiani hanno lasciato una traccia che va ben oltre la ferrovia.
Questo, forse, è il punto che oggi sento con maggiore forza.
Non dobbiamo ricordarli soltanto perché hanno aiutato a costruire le infrastrutture del Canada.
Dobbiamo ricordarli perché, insieme al lavoro, hanno portato un pezzo della loro identità e hanno contribuito ad arricchire il Paese nel quale erano arrivati.
Hanno portato il valore della famiglia, il gusto dello stare insieme, la capacità di inventarsi un lavoro, di aprire un’attività, di aiutarsi tra persone che avevano lasciato la stessa terra.
Hanno portato tradizioni, sapori, musica, feste, gesti quotidiani.
E hanno cresciuto figli e nipoti che oggi sono semplicemente canadesi, ma portano dentro, spesso con orgoglio, anche un pezzo di quella storia.
Ed è strano pensare che oggi la ferrovia sia ancora lì.
Le montagne sono ancora lì. I ponti, i fiumi, le vallate e le foreste sono ancora lì.
Quegli uomini, invece, nella maggior parte dei casi sono rimasti soltanto nelle fotografie, nei cognomi, nei racconti delle famiglie.
Forse è proprio per questo che mi piace immaginarli mentre guardo fuori dal finestrino di un treno canadese.
Perché improvvisamente quel paesaggio non mi sembra più soltanto canadese.
Dentro quelle montagne, in qualche modo, sento anche un pezzo d’Italia.
Non l’Italia delle cartoline, delle piazze e dei monumenti.
Sento un’Italia più silenziosa, fatta di mani, di lavoro, di sacrificio, ma anche di calore, di famiglia, di capacità di stare insieme e di ricominciare.
Mi piace pensare a quelle mani mentre il treno corre.
Mani che hanno scavato nella roccia, sollevato pesi, posato binari.
Mani stanche alla fine della giornata.
Mani che magari, prima di addormentarsi, cercavano una fotografia della propria famiglia oppure una lettera arrivata dall’Italia.
Mani che non potevano sapere che un giorno qualcuno avrebbe attraversato quelle stesse montagne comodamente seduto su un treno e avrebbe provato gratitudine pensando a loro.
Forse è questo che sento quando penso alla ferrovia canadese.
Non vedo più soltanto una grande opera che attraversa il Paese.
Vedo una lunga memoria che passa attraverso il paesaggio.
E dentro quella memoria vedo anche il viaggio degli italiani: la partenza, la fatica, la nostalgia, ma soprattutto la capacità di trasformare un arrivo in una presenza.
Da Halifax a Toronto, da Montréal verso l’ovest, fino alle Montagne Rocciose, quei binari raccontano un Canada che si è costruito mettendo insieme persone, territori e destini diversi.
E mentre il treno continua il suo viaggio, mi piace pensare che, sotto quel rumore regolare delle rotaie, ci sia ancora qualcosa delle loro storie.
Non necessariamente i loro nomi, perché molti di quei nomi li abbiamo perduti.
Ma la traccia del loro passaggio sì.
È nelle città, nelle comunità, nelle famiglie.
È nei profumi di una cucina che dall’Italia è arrivata fin qui, nelle feste, nelle parole, nei ricordi tramandati ai figli e ai nipoti.
È in tutte quelle piccole cose che, messe insieme, finiscono per cambiare il volto di un Paese.
Ed è così che vorrei ricordare gli italiani che arrivarono in Canada.
Non come una nota a margine della storia, e nemmeno soltanto come emigranti che hanno cercato fortuna lontano da casa.
Ma come uomini e donne che hanno contribuito a costruire un Paese e, nello stesso tempo, sono stati capaci di arricchirlo con qualcosa che veniva da lontano.
Perché il Canada che amo, quello delle grandi distanze, delle montagne che sembrano toccare il cielo, dei laghi immobili, delle foreste profonde e dei treni che attraversano lentamente il cuore del continente, non è fatto soltanto di natura e di paesaggi.
È fatto anche di persone.
Di incontri, di partenze, di sacrifici, di nuove vite e di tutto ciò che ciascuno porta con sé quando attraversa un oceano.
Forse è proprio questa la cosa più bella: sapere che, guardando oggi un paesaggio così profondamente canadese, possiamo scoprire che dentro quella storia c’è anche qualcosa di nostro.
Perché tra le tante mani che hanno contribuito a costruire questo immenso Paese, dall’altra parte dell’oceano, c’erano anche mani italiane.
E quelle mani non hanno lasciato soltanto binari.
Hanno lasciato case, famiglie, comunità, lavoro, cultura, memoria.
Hanno lasciato un po’ d’Italia nel cuore del Canada.
E forse, quando un treno attraversa quelle montagne e noi guardiamo fuori dal finestrino lasciandoci prendere dalla meraviglia, vale la pena ricordarlo.
Prima di diventare un viaggio per noi, quei binari sono stati il lavoro, la fatica e la speranza di qualcun altro.
E quella storia, ancora oggi, continua a viaggiare.
Venite a scoprire insieme a me
le storie della grande ferrovia canadese,
dove il lavoro di tanti italiani ha sfidato montagne e binari,
tra fatica, coraggio e memorie che il tempo non cancella!
Vi invito a seguirmi e ascoltarmi fino alla fine dei miei tanti racconti:
Attraverso lo storytelling delle mie molteplici esperienze!
– Maurizio –
#CastleDreamsGETAWAYS
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HIGHLIGHTS

Là dove passarono i primi treni
Sbuffi di vapore sui lunghi binari del Canada

Montréal, una nuova casa
Alla costruzione di un Canada così accogliente

Il Canada dal finestrino
La ferrovia attraversa il cuore selvaggio delle Rockies